Gar(z)a!
Il sangue ormai nero che incrostava il lenzuolo sudicio, aveva scritto la parola fine alla vita di Shireen.
Il corpo non aveva retto al tentativo del dottor Giona Bertelli e dei suoi colleghi di salvarla.
Così, il giovane medico era corso di
fuori dalla tenda che fungeva da sala operatoria e si era rifugiato in quella destinata a deposito dei pochissimi medicinali che riuscivano a oltrepassare il Valico di Rafah.
Quando Sylvia entrò, lo trovò a dare pugni sempre più forti all'armadietto dei medicinali, anch'esso da giorni ormai vuoto di speranza.
La donna lo prese per spalle e, con delicatezza, lo costrinse a voltarsi.
-Shireen non ce l'ha fatta, vero?
-Chi te l'ha detto?
-Me lo stanno dicendo i tuoi occhi.
La donna provò ad abbracciarlo, ma l'uomo si divincolò.
-Non è a noi che dobbiamo pensare. Dov'è Tariq?
-Monika, la volontaria che è arrivata un mese fa, si è offerta di rimanere accanto a lui mentre dorme nella nostra stanza, al compound. Lo sai quanto si è affezionato a lei.
La sua compagna, nonché una delle infermiere più apprezzate della missione, aveva letto alla perfezione il legame tra Monika e Tariq.
Sylvia proseguì:
-Dobbiamo portarlo via di qui il prima possibile; anche se sarà devastante dover lasciare qui tutti gli altri.
Giona sapeva che non era stata lei a pronunciare quella frase, ma la madre che non sarebbe mai potuta diventare. Ed era questo il motivo per cui la sua missione era diventata quella di salvare il maggior numero di bambini possibile.
Questa volta, fu Giona ad abbracciarla.
Dopo qualche minuto, Sylvia riprese:
-E cosa gli diremo, quando ci chiederà dov'è la sua mamma? Non possiamo certo dirgli che sta aspettando qualcuno che non arriverà mai più.
-I nostri continui abbracci saranno l'infinita garza con cui qui a Gaza non siamo riusciti a salvare Shireen.
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